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- DAL CAPITALISMO PRODUTTIVO (E SOSTENIBILE) A QUELLO PARASSITARIO -

24-02-2021 11:31

Pierfranco Luciani

Economia, Approfondimenti,

- DAL CAPITALISMO PRODUTTIVO (E SOSTENIBILE) A QUELLO PARASSITARIO -

In questo articolo illustreremo le differenze fondamentali fra l’economia reale e quella finanziaria. Tali differenze ci faranno capire a cosa siamo e

In questo articolo illustreremo le differenze fondamentali fra l’economia reale e quella finanziaria. Tali differenze ci faranno capire a cosa siamo esposti quando la seconda raggiunge e supera di molto la prima per volumi d’affari. Questo processo è iniziato, come vedremo, a partire dagli anni ’80.
Nell’economia reale, i singoli agenti economici, agiscono secondo la sequenza D1->M->D2, con D1 quantità di moneta iniziale, M beni reali o servizi prodotti e venduti, D2 quantità di moneta finale.
Nell’economia finanziaria, invece, essi operano secondo la sequenza D1->D2 che non prevede la produzione di M.

Nell’economia reale (detta anche della produzione) gli agenti devono procurarsi, per mezzo di un finanziamento iniziale, la quantità di moneta D1 per realizzare, attraverso la produzione di M, una quantità di moneta D2 maggiore di D1. Questa operazione consente loro di restituire la moneta iniziale e di incrementare la loro ricchezza. Lo scopo del capitalismo è infatti l’accumulazione di ricchezza sia in forma finanziaria che reale. La moneta, come tutte le altre forme di credito o di attività che garantiscono un potere d’acquisto, è parte della ricchezza finanziaria di un individuo.
Nell’economia finanziaria, al contrario di quella reale, si cerca di raggiungere l’obiettivo (incremento della ricchezza iniziale) saltando il passaggio della produzione dei beni e dei servizi M.

Consideriamo un’economia chiusa (senza settore estero) e senza settore pubblico. Quest’ultimo, quando è in grado di emettere moneta propria, tramite la spesa pubblica, permette la circolazione e il possesso di moneta senza che i privati debbano per forza indebitarsi per averla.
Lo Stato può obbligare i cittadini a pagare le tasse ma, quasi sicuramente, non nella stessa quantità della moneta emessa. Per questo si dice che uno Stato a sovranità monetaria è l’unico che emette moneta a credito, ovvero non a debito.

Nel mondo della produzione, il primo atto del processo è la richiesta di un finanziamento attraverso il quale si usa o la moneta accumulata da un altro soggetto, cioè un risparmio, o quella creata ex novo dal sistema bancario fornendo garanzie di restituzione (collaterali). [1]


Se nel sistema economico non ci sono altre fonti di creazione di moneta che escludono l’insorgenza di un debito (lo Stato attraverso la spesa pubblica o il settore estero attraverso le esportazioni di beni nazionali) anche la moneta risparmiata non è altro che moneta già creata in passato dal sistema bancario per la quale resta aperta una posizione debitoria verso di esso. In altri termini, il risparmio accumulato da qualcuno, nelle circostanze dette, è indice del debito di qualche altro verso il sistema bancario per un importo esattamente uguale al risparmio accumulato.
Riassumendo, il soggetto che chiede moneta, in un sistema chiuso e senza settore pubblico, per iniziare un processo di produzione, deve indebitarsi in ultima analisi col sistema bancario. Facciamo notare che l’assenza di settore pubblico equivale anche a quella di uno Stato a sovranità monetaria che si è imposto il vincolo di bilancio o a quello di uno Stato che ha ceduto la sua sovranità.
Osserviamo inoltre che, in un qualunque sistema economico il credito di un soggetto è sempre pari al debito di un altro, così come il ricavo di qualcuno (incremento di risparmio o profitto) è sempre pari alla spesa (decremento di risparmio o profitto) di qualche altro.
Applicando tale regola, in un sistema chiuso e senza settore pubblico, la somma di tutti i processi del tipo D1->M->D2 non può che generare il seguente risultato finale: la somma di tutti i crediti è pari alla somma di tutti i debiti e se qualcuno incrementa il proprio risparmio monetario, è solo perché qualche altro decrementa il suo.
Questa circostanza ci consente di affermare che, in un sistema chiuso e senza settore pubblico, i processi produttivi possono generare solo ricchezza reale (accumulo di M) e mai ricchezza
finanziaria. Se uno, alla fine, ha più crediti che debiti o più ricavi che uscite, qualche altro sarà nella situazione opposta, tanto che la ricchezza finanziaria netta risulterà nulla.
Al termine di tutti i processi D1->M->D2, quando tutte le posizioni debitorie innescate dai finanziamenti iniziali vengono chiuse, non si osserverà alcun incremento di moneta nel sistema. Se essa era nulla all’inizio, tornerà ad essere nulla alla fine e se c’erano dei risparmi accumulati essi si ritroveranno nella stessa quantità. I risparmi accumulati da qualcuno, per quanto visto sopra, non possono che rappresentare debiti non rimborsati da qualche altro al sistema bancario.
Le situazioni debitorie non chiuse, se portano all’insolvenza, danno luogo solo a spostamenti di ricchezza reale ma mai ad incrementi o decrementi di questa.
In un sistema chiuso, i privati potrebbero accumulare risparmio finanziario netto, non gravato da obbligo di restituzione, solo in presenza di uno Stato a sovranità monetaria che emette moneta propria. Essa rappresenterebbe, infatti, un credito nelle mani dei cittadini ottenuto senza richiedere a questi un obbligo di restituzione, ovvero senza porre ulteriori debiti fiscali in capo ad essi.
Se ciò non è avvenuto, o non avviene, il processo produttivo si sviluppa dall’atto di finanziamento, con insorgenza di nuovi rapporti di debito (e credito), fino alla chiusura di quei rapporti determinando solo un incremento di ricchezza reale: case, stabilimenti, macchine, conoscenze, ecc. La chiusura di tutti i rapporti di debito (e credito) non può che implicare la scomparsa della moneta essendo stata questa generata tramite l’indebitamento di qualcuno.
Fin qui tutto torna ma non abbiamo ancora considerato che chi prende in prestito moneta deve pagare gli interessi. Dove si trova la moneta necessaria per pagare gli interessi se questa non è stata creata col prestito? Il prestito, come noto, crea il capitale ma non gli interessi.
Nel sistema che stiamo esaminando non esistono fonti autonome capaci di emettere ulteriore moneta per pagare gli interessi. L’unico modo, dunque, si riduce ad una forma di pagamento in natura. In pratica, chi crea moneta, in questo caso il sistema bancario, potrebbe acquistare parte dei beni reali prodotti e con la moneta ricevuta i debitori potrebbero pagare gli interessi.
Ciò corrisponde ad un trasferimento, di parte della ricchezza privata, verso chi ha prestato creando moneta e chiedendo interessi.
E’ come se una parte della produzione reale passasse dagli imprenditori, cioè dal capitalismo industriale, a quello finanziario. Una parte dei beni reali non spetta più a chi li ha prodotti ma a chi ha creato il denaro da prestare. Questa operazione corrisponde ad una estrazione di valore dall’economia reale della produzione!
Passiamo ora ad esaminare la sequenza tipica degli agenti che operano nell’economia finanziaria (D1->D2). Costoro tentano di accrescere il loro denaro senza accrescere la ricchezza reale del sistema economico. Anche per questi soggetti il primo atto del loro processo è quello di procurarsi D1 (per questo valgono tutte le considerazioni fatte sopra).
Vale anche il fatto che, se un agente accresce la sua quantità di denaro, lo farà a spese di qualcuno che decrementa la sua di una quantità analoga. Anche qui i rapporti di debito (e credito) dovranno essere chiusi, pena l’insolvenza e il trasferimento dei beni reali da un soggetto all’altro. Se questo non è possibile, l’insolvenza risale a monte nel processo fino ad interessare chi ha emesso la moneta, cioè il settore bancario. Ciò provocherà delle strette creditizie (credit crunch) che coinvolgeranno, inevitabilmente, anche l’economia reale. A quel punto, infatti, il sistema bancario rallenterà i finanziamenti non solo all’economia finanziaria ma anche a quella reale.
La somma di tutte le differenze D2-D1, al netto di ciò che può essere perdita per qualcuno, o utile per qualche altro, se positiva, ha origine da due fatti.
Il primo è l’aumento di valore nominale degli asset (reali o finanziari) sottostanti i titoli in cui la moneta iniziale è stata investita, il secondo è la maturazione di interessi (rendite) sul capitale investito. Si noti che il primo effetto è semplicemente di natura inflattiva e dunque rappresentativo di ricchezza fittizia. Ove l’aumento di valore nominale fosse spropositato, rispetto ai valori reali degli asset sottostanti, questo porterebbe alla formazione di bolle immobiliari o azionarie. La loro dissoluzione è l’unico modo per riportare i valori nominali ad essere più rappresentativi di quelli reali. Questo processo causa l’insolvenza di più di qualche agente economico. Infatti, chi per ottenere certi titoli si è indebitato per la quantità D1, non solo non riuscirà ad ottenere D2, ma non riuscirà nemmeno restituire D1, avendo acquistato asset il cui valore reale è diventato inferiore all’investimento iniziale. Lo scoppio delle bolle inflattive riporta i valori nominali ad essere allineati con quelli reali a prezzo di insolvenze (non performing loans) che si scaricano sul sistema bancario innescando, come abbiamo detto, crolli delle attività di credito e di investimenti anche nell’economia reale.
Nel secondo caso, gli interessi maturati, come visto sopra, possono essere pagati solo con la cessione di beni, prodotti nell’economia reale, verso l’economia finanziaria. Questo può avvenire, ancora una volta, se nell’economia reale gli addetti producono più beni e servizi di quanto trattengono a loro uso e consumo. Il resto deve servire per remunerare le rendite maturate nell’economia finanziaria.
Affinché ciò avvenga la produttività (quanti beni vengono prodotti nell’unità di tempo) deve essere superiore al salario reale (quanti beni nell’unità di tempo competono a chi li ha prodotti).
Poiché il volume d’affari dell’economia finanziaria e i suoi rendimenti hanno raggiunto livelli di gran lunga superiori a quelli dell’economia reale, il divario fra la produttività e i salari reali deve aumentare costantemente.

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Come si vede dal grafico (Wages Fall Even Further Behind), dagli anni ’80, un po' in tutti i paesi industrializzati è successo quello di cui abbiamo detto sopra. Inoltre, siccome gli addetti nel mondo finanziario sono molto di meno rispetto a quelli nel mondo industriale, mentre i tassi di rendimento dell’economia finanziaria sono molto maggiori dei tassi di crescita dell’economia reale, la distribuzione della ricchezza, tramite il processo di estrazione del valore, porta a concentrazioni di questa nelle mani di pochissime persone.

Per poter attenuare gli effetti dell’estrazione di valore da parte dell’economia finanziaria, la politica dovrebbe regolamentare e frenare l’espansione delle attività finanziarie mentre l’economia reale, oltre alle sue capacità competitive, dovrebbe poter contare su uno Stato a sovranità monetaria.
Per quanto riguarda la competitività, si sa, tuttavia, che per ogni Paese che esporta deve esserci almeno uno che importa e che essa, molto spesso, è ottenuta con la distruzione della domanda interna, cioè a danno di occupazione e salari.

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