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- L’ESPLOSIONE DEL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA -

24-02-2021 11:20

Pierfranco Luciani

Economia, Approfondimenti,

- L’ESPLOSIONE DEL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA -

Giorni fa mi sono trovato a commentare un post del Ministro Gualtieri che, come al solito, definiva un’occasione storica il finanziamento del Recovery

Giorni fa mi sono trovato a commentare un post del Ministro Gualtieri che, come al solito, definiva un’occasione storica il finanziamento del Recovery Plan. Mi sono semplicemente limitato a dire che un governo a sovranità monetaria avrebbe avuto i mezzi per investire nella ripresa, già vent’anni fa, senza aspettare di distruggere il nostro tessuto industriale e gettare nella povertà milioni di persone.
Vi lascio immaginare gli insulti ricevuti dai soliti faziosi che mi accusavano di ignoranza, trollismo e tutte le altre stronzate che ripetono come dischi rotti, quando non hanno argomenti per ribattere. Oltre a queste scemenze, mi è toccato risentire il solito vecchio luogo comune secondo il quale l’Italia non può permettersi la sovranità monetaria perché negli anni ’80 il CAF, con tangentopoli e le baby pensioni, aveva fatto esplodere il nostro debito pubblico a dimensioni insopportabili. Ricordo che il CAF (Craxi, Andreotti e Forlani) fu un accordo che diede origine al Pentapartito (alla fine diventato Quadripartito) che governò in Italia dal 1981 a metà del 1992, anno nel quale si ritiene che sia terminata la Prima Repubblica. Tale accordo mise una pietra tombale sulle possibilità di governo del Partito Comunista. Questo spiega l’astio con cui hanno risposto al mio commento e la popolarità della tesi secondo la quale il debito pubblico esplose in quegli anni.

In questo articolo vorrei smentire il fatto che il rapporto debito/PIL, passato da circa il 60% nel 1980, al 120% nel 1994, sia dovuto alle mance elettorali del CAF. Questa sciocchezza è anche alla base dell’azione di discredito della politica, operata dai grillini, il cui unico risultato è stato quello di ridurre la rappresentanza democratica alle dipendenze del potere finanziario. Per supportare la discussione, userò alcuni grafici, molto interessanti, di un autore (il nome compare sui grafici) che mi ha autorizzato ad usarli pregandomi però di sottolineare che non appartiene al nostro movimento. Tutte le considerazioni che farò sono dunque frutto del mio ragionamento.

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Nel grafico n°1, la linea rossa è la spesa pubblica totale (compreso gli interessi) mentre quella gialla è senza interessi. La distanza fra la curva rossa e la gialla rappresenta dunque la spesa per interessi.
Nell’anno 1981 la spesa pubblica annua, al netto degli interessi, era il 38,5% del PIL, nel 1992 era invece del 41,5% con un incremento nel periodo del 3%. La spesa annua per interessi, nello stesso periodo, passa dal 5% del PIL al 12% con un incremento del 7%.

Si potrebbe ribattere che la spesa annua per interessi deriva da un tasso applicato ad un debito che è una grandezza stock (una spesa che si accumula di anno in anno) mentre la spesa senza interessi è una grandezza flusso (viene cioè valutata anno per anno). Quindi se uno accumula debito è logico che la spesa per interessi aumenti.

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A questa osservazione si può rispondere come segue:
1) Gli anni 80-90 sono stati quelli in cui abbiamo speso di più per interessi.
2) Come si vede dal grafico n°2, la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi, negli anni dal 1981 al 1992 stata al di sotto o al massimo uguale alla media europea.
3) Dal grafico n°1 si vede che il disavanzo primario, spesa al netto di interessi meno le entrate fiscali (rappresentato dalla differenza fra linea gialla e linea blu) va riducendosi passando dal 5,0% del PIL nel 1981 al -2,0% nel 1992. La riduzione del disavanzo primario, dal 1981 al 1992,
è stata dunque di 7 punti percentuali del PIL. Questo avrebbe dovuto ridurre lo stock di debito, anziché incrementarlo, facendo scendere anche la spesa annua per interessi. Invece no, la spesa annua per interessi ha continuato a crescere come abbiamo visto.
4) Guardando i tassi di interesse si vede che quello reale dei BOT a 12 mesi passa dal -5,5% nel 1980 all’1,0% nel 1981 fino al 8,7% nel 1992.
Con riferimento ai tassi di interesse voi tutti sapete che all’inizio del 1981 ci fu il famoso divorzio fra il Tesoro e la Banca d’Italia.

Non ripeterò cose che già sapete di questa vicenda, ma, al termine di quest’analisi, vi farò vedere come il divorzio fosse la conseguenza naturale (dato il trilemma di Mundell-Fleming) delle politiche di liberalizzazione dei capitali e di cambio fisso messe in atto per accedere poi nell’Eurozona.

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Nel grafico n°3, oltre a rilevare l’aumento di tutti i tassi d’interesse, a partire dal 1981 (con dei picchi proprio attorno al 1992), è importante analizzare l’andamento del fattore I-P. Esso rappresenta la differenza fra tassi di interesse sul debito e tasso di crescita del PIL, rapportata proprio a al tasso di crescita. La crescita del rapporto debito/PIL è determinata dalla somma di due fattori: il primo è I-P, il secondo è il disavanzo primario rispetto al PIL. Di quest’ultimo, abbiamo già visto la decrescita nel periodo 1981-1992. Ciò avrebbe dovuto far scendere il rapporto debito/PIL ma così non è stato. Se il rapporto debito/PIL è cresciuto, è stato allora sicuramente per colpa della crescita del primo fattore (I-P) legato ai tassi d’interesse. Questo passa infatti dal -12,5% del 1980 al -7,0% del 1981 fino al 7,0% del 1992 con un aumento di 19,5 punti.
Veniamo dunque al famoso trilemma di Mundell-Fleming per capire cosa accadde negli anni 80-90.
Il trilemma sostiene che, dei seguenti tre obiettivi:
▪ liberalizzazione dei movimenti di capitale;
▪ tassi di cambio fissi;
▪ politica monetaria autonoma;
solo due possono essere perseguiti; al terzo occorre dunque rinunciare. Indovinate quali furono gli obiettivi scelti? Si decise di perseguire i primi due rinunciando al terzo. Si rinunciava così alla possibilità di governare, tramite la Banca Centrale, il tasso d’interesse senza farlo decidere dai mercati. Non si poteva dunque non attuare il divorzio, se si volevano realizzare le condizioni necessarie per entrare nel fantastico mondo dell’Euro: quello della moneta unica in cui necessariamente la finanza deve prevalere sulla politica. Fatto passare come lo strumento necessario per ridurre le spese della politica, il divorzio accese invece la miccia per l’esplosione del debito pubblico.

Vediamo velocemente come si attuarono i primi due obiettivi.
Dopo il divorzio, una copiosa produzione legislativa aprì la strada alla libera circolazione dei capitali. Dal 1956 vigeva in Italia il DL 6 giugno 1956 n°476 convertito in legge 25 giugno 1956 n°786 che cercava di porre un freno ai movimenti di capitale, non collegati direttamente ad operazione di import-export di merci. Essi erano possibili ma dovevano avere un tracciamento ed autorizzazioni ministeriali. Lo smantellamento del regime di circolazione vigilata dei capitali avvenne per tutti gli anni ’80. Fu abolito inoltre, definitivamente nel 1988, il massimale sugli impieghi. Questo strumento autorizzava lo Stato a fissare un limite al credito, sia globalmente che per categorie di prestiti. Il controllo del credito per tipologie di prestiti (mutui piuttosto che crediti commerciali) consentiva alla Banca d’Italia di stroncare sul nascere qualunque attività speculativa che avesse portato allo scoppio di bolle finanziarie. Quella che ha devastato l’economia spagnola nei primi anni dell’euro sarebbe stata stroncata sul nascere. Fra le altre limitazioni rimosse, ricordiamo anche il deposito vincolato sull’acquisto di attività estere abolito nel 1987 ed il divieto di investimenti all’estero di breve termine.
In merito al secondo punto ricordiamo che l’Italia entrò nello SME (Serpente Monetario Europeo), in vigore dal 1979. Esso era un accordo di cambio che prevedeva inizialmente, per noi, un’oscillazione in banda larga del 6%. All’inizio degli anni ’90, per l’esattezza il 6 gennaio 1990, Ciampi decise di portare la lira in banda stretta con oscillazione del cambio del 2,5%.
La logica del trilemma di Mundell-Fleming è presto spiegata.
Se vuoi tenere il cambio fisso devi attuare degli interventi di politica economica e monetaria. Nessun cambio, infatti, rimane fisso per volere divino. Perché esso sia tale, la valuta di un paese deve essere abbastanza domandata. Si domanda la valuta di un paese quando questo paese esporta merci o importa capitali vendendo all’estero le proprie obbligazioni. Se un paese è in difficoltà con la propria bilancia commerciale, e i capitali non possono essere trattenuti con delle leggi che ne riducono la fuoriuscita, bisogna alzare i tassi di interesse per attrarli. Da qui l’aumento progressivo dei tassi di interessi registratosi dal 1981 fino a quando non uscimmo dallo SME il 17 settembre 1992.
Come si vede dal grafico n°1, la discesa dei tassi iniziò proprio dopo il 1992!!
Concludiamo osservando che uno dei motivi della difficoltà della nostra bilancia commerciale fu proprio il cambio fisso. Appena il cambio tornò flessibile, e la lira si svalutò, la nostra bilancia commerciale tornò in attivo, segno questo che essa aveva un comportamento normale. Ad una svalutazione corrispondeva una riduzione del deficit mentre ad una rivalutazione corrispondeva un aumento dello stesso.
La normalità di comportamento della bilancia commerciale è una condizione fondamentale perché si possano far fluttuare i cambi, lasciando che sia la Banca Centrale a decidere i tassi anziché i mercati.
Aver voluto a tutti i costi entrare in un regime di cambi fissi, applicando contestualmente la deregolamentazione della circolazione dei capitali, ha richiesto l’aumento dei tassi con la conseguente esplosione del debito pubblico.
Ovviamente per gli ex comunisti è più facile dare la colpa a chi sbarrò loro la strada del governo, agli inizi degli anni ’80, piuttosto che capire le logiche che abbiamo appena esaminato.

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