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- L'ITALEXIT DIVENTI LA BATTAGLIA GENERAZIONALE DEI TRENTENNI A CUI HANNO RUBATO IL FUTURO -

25-01-2021 14:47

Roberto Mossetto

Notizie, Approfondimenti, Giovani,

- L'ITALEXIT DIVENTI LA BATTAGLIA GENERAZIONALE DEI TRENTENNI A CUI HANNO RUBATO IL FUTURO -

L'ITALEXIT DIVENTI LA BATTAGLIA GENERAZIONALE DEI TRENTENNI A CUI HANNO RUBATO IL FUTURO

Prendete Di Maio. In una versione idealizzata del mondo, Di Maio è la dimostrazione vivente che l'Italia ha saputo fare tantissimo per noi giovani adulti nati tra gli anni '80 e gli anni '90. Nei paesi anglosassoni si dice from zero to hero: un ragazzo come tanti, apparentemente senza prospettive, che un bel giorno a 26 anni prende 189 preferenze su una piattaforma online e diventa nientepopodimeno che parlamentare. Poi vicepresidente della Camera dei Deputati. Poi vicepremier. Poi Ministro del Lavoro. Poi Ministro degli Esteri.

 

Un osservatore esterno poco attento potrebbe dire: «Beh, incredibile questa Italia! Quante opportunità per i giovani di incidere sul futuro e sulle sorti del proprio Paese!». Tuttavia, come sappiamo, la realtà è ben diversa: un conto è riuscire a salire sul treno che passa solo una volta nella vita (e ci va anche una discreta dose di bravura e fortuna, va ammesso); un altro è doversi rimboccare le maniche giorno dopo giorno per provare a costruirsi un futuro in una gerontocrazia terrorizzata dal ricambio generazionale.

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Ci hanno chiamato in mille modi: i millennials, la generazione Y, i nativi digitali, la lost generation. Siamo nati dopo gli Anni di Piombo, al tramonto della Guerra Fredda, e siamo cresciuti nel decennio d’oro della globalizzazione (o almeno così si pensava all’epoca): il benessere diffuso, la rivoluzione digitale, i grandi accordi di cooperazione internazionale, l’edonismo reaganiano, la fiducia illimitata nel progresso. Alla fine se siamo la generazione più numerosa di sempre è perché la società di quel periodo (di cui facevano parte i nostri genitori) credeva in un avvenire di prosperità duratura dove le cose sarebbero andate sempre meglio.

 

Finché è stato possibile, anche noi ci abbiamo creduto: che comodo questo euro! Che bello girare in Europa senza passaporto! Che figo essere cittadini di un'unica grande comunità globale!

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Poi è arrivato il quinquennio 2008-2013. Molti di noi si sono laureati in quegli anni ottenendo il famigerato “pezzo di carta” che - secondo genitori, nonni e zii - ci avrebbe spalancato le porte del paradiso lavorativo. Primo curriculum inviato: nessun segnale. Dieci curriculum inviati: ancora nulla. Cento curriculum inviati: «Ci dispiace informarLa che, a causa dell’attuale situazione di grave instabilità ed incertezza, la nostra azienda non prevede nuove assunzioni nel breve periodo». Ma come? Negli Stati Uniti le banche scoprono che concedere a chiunque mutui sulle case non è stata una grande idea e la conseguenza è che io, a 7000 chilometri di distanza, non riesco a trovare uno straccio di lavoro? 

 

Il nostro primo contatto con i “costi invisibili” della globalizzazione è stato, insomma, uno scontro frontale da cui siamo usciti con le ossa rotte. Qualcuno tra i più giovani magari è riuscito a salvarsi perché ancora impegnato con lo studio, ma in quel caso sono stati i nostri genitori a pagare per noi: uomini e donne con anni di lavoro alle spalle che da un giorno all’altro si sono scoperti a rischio disoccupazione o, peggio, esodati senza lavoro né pensione. Negli stessi mesi, infatti, i giornali scrivevano a caratteri cubitali «FATE PRESTO» perché l’Italia sembrava arrivata a fine corsa: troppo debito pubblico, troppo spread, troppa inefficienza.

 

«Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità! L’Europa ci chiederà enormi sacrifici ma ci garantirà un futuro migliore» diventa il tormentone di Monti e soci. Noi tutte queste “possibilità” non è che le avessimo viste così da vicino, però ci fidiamo: se lo dice un super governo tecnico fatto di professori, luminari e accademici, chi siamo noi per dubitare? Continuiamo perciò a studiare (master, dottorati, corsi di specializzazione) e accettare stage non retribuiti altrimenti poi la Fornero dice che siamo “choosy”. Per migliaia di giovani il contratto da interinale diventa un traguardo ambitissimo: una leggenda metropolitana sostiene che dopo solo sei rinnovi possa addirittura diventare un’assunzione vera e propria. 

 

Passano gli anni e cambiano i governi, però non c'è traccia di questi benefici e di queste prospettive che ci avevano promesso - a parte per Di Maio che finalmente trova un lavoro ben retribuito nel pubblico. Per disperazione ci affidiamo al premier “cool” con il giubbotto di pelle: Renzi è il più giovane Primo Ministro della storia repubblicana e sicuramente avrà ben chiare le nostre necessità e le nostre preoccupazioni, vero? Invece no: il Jobs Act diventa un caso di studio internazionale che, tramite una serie di parametri e parafrasi (le celebri "tutele crescenti"), riesce a rendere precari anche i contratti a tempo indeterminato. Il suo successore Gentiloni completa l’opera riesumando la mitica alternanza scuola-lavoro, perché in fondo un po’ di manodopera gratis nelle aziende non fa mai male. Infine è il turno di Conte che, su indicazione del profeta di Pomigliano, lancia il Reddito di Cittadinanza e i Navigator creando il più grande buco nero amministrativo e occupazionale di sempre.

 

In questi due lustri in cui l’Italia è riuscita a riformare tutto senza risolvere nulla, le statistiche sulla generazione Y raccolte da Istat, Ocse, Eurostat e Oxfam si commentano da sole:

  • il 31% è disoccupato, con picchi superiori al 50% nel Sud
  • il 22% non studia, non lavora e non cerca nemmeno un'occupazione
  • il 30% degli occupati riceve uno stipendio inferiore agli 800 euro
  • il 13% degli occupati è considerato a rischio povertà

Al di fuori delle statistiche, c'è un aspetto che possiamo riscontrare nella vita di tutti i giorni: se continua così, molto probabilmente non raggiungeremo mai il livello di benessere dei nostri genitori e ciò che lasceremo ai nostri figli (se e quando potremo permetterci di averne) sarà anche peggio. A questo punto cosa vogliamo fare? Piangerci addosso? Sentirci dei falliti? Unirci ai 250.000 che si sono trasferiti all'estero in cerca di fortuna a partire dal 2009? Arrenderci e basta?

 

Noi abbiamo fatto tutto quello che ci chiedevano di fare i "grandi" con la promessa che loro avrebbero lavorato sodo per consegnarci un mondo migliore e che ci avrebbero ceduto il loro posto nel momento opportuno: oggi che proviamo a prenderci ciò che ci spetta, scopriamo che non c'è più nulla. Davvero nel 2021 un trentenne disoccupato - magari laureato - ha come unica prospettiva di impiego quella di consegnare pizze e sushi con uno zaino giallo in spalla? Qui, casomai non ce ne fossimo accorti, è diventata una questione di vita o di morte: se “questi” ci hanno rubato il futuro, noi dobbiamo rispondere prendendoci il presente. “Questi” che ci hanno riempiti di false speranze, “questi” che controllano le nostre vite, “questi” che ci invitano a non pretendere mai troppo, “questi” che si ricordano di noi solo quando c’è da mettere una croce in una cabina elettorale a colpi di «valorizzeremo i giovani!». 

 

Il limbo da eterni Peter Pan in cui vogliono rinchiuderci a vita ha abbondantemente stufato. 

 

Non abbiamo neanche più voglia di stare ad ascoltare quei falsi profeti che di tanto in tanto emergono dal nulla giurando di voler dar voce alla nostra generazione perché, in fondo, ne fanno parte anche loro: mitomani dalla faccia pulita, apparentemente pieni di buone intenzioni, che nel giro di due ospitate in TV trovano subito l’appoggio incondizionato di politici, intellettuali, VIP, multinazionali, media, miliardari e think tank. A quel punto la domanda sorge spontanea: ma esattamente contro cosa o chi si starebbero ribellando? 

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Sia chiaro: la risposta a tutto ciò non può limitarsi alla semplice e sterile antipolitica. Certamente il variegato campionario di personaggi che rappresentano l'attuale classe parlamentare - tra rutti, felpe, apriscatole, alleanze improbabili e fake news - non ispira alcun tipo di fiducia, ma finché l’astensionismo tra gli under 35 resterà tra il 30% e il 40% non potremo lamentarci più di tanto. Per alcuni potrà sembrare un controsenso, però è precisamente quando la politica dimostra di essersi scollegata in maniera irreversibile dalla realtà e dalle esigenze del Paese che dobbiamo attivarci politicamente in prima persona per invertire la rotta. 

 

Perché allora scegliere, tra tutte le possibili battaglie generazionali, proprio l'Italexit? C’è la battaglia contro il cambiamento climatico che parrebbe abbastanza urgente, o anche quella per una maggiore inclusività sociale: per carità, tutte giuste e condivisibili (e anche "sentite", considerando le piazze piene di giovani degli ultimi anni) ma che allo stato attuale rappresentano delle potenziali trappole per neutralizzare la nostra voglia di cambiamento. C’è qualcosa di estremamente sospetto in queste battaglie contro il “sistema” dove gli accusati si alleano gioiosamente con gli accusatori con conferenze, endorsement e collaborazioni: siamo in queste condizioni disastrose perché per anni hanno fatto i loro porci comodi e adesso di punto in bianco dicono che sono d’accordo con noi? Non vogliamo - né possiamo - fidarci: ci stanno semplicemente dando un contentino socialmente impegnato per  conservare lo status quo. 

 

L’Italexit, al contrario, li terrorizza. Non vedrete mai una multinazionale, uno speculatore, un giornale, una lobby, un'istituzione internazionale, una banca supportare l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea perché hanno troppo da perderci: per loro significherebbe rinunciare a buona parte del loro potere in un perimetro dove non potranno più esercitare la stessa influenza. Per questa ragione faranno di tutto per convincerci che è una follia: la liretta, il debito pubblico, lo spread, il default, l’inflazione, gli scaffali vuoti, l’isolazionismo, la crisi! 


Abbiamo due opzioni: prendere per buono quello che dicono sui pericoli dell’Italexit (in fondo loro, i “grandi”, ci hanno sempre detto cosa fare e noi ce lo siamo fatti andare bene) oppure provare ad inchiodarli alle loro responsabilità una volta per tutte. Sì, perché quelli che oggi ci raccontano di incredibili scenari catastrofici se l’Italia abbandonasse l’Europa - o viceversa - sono gli stessi che negli ultimi venti anni ci hanno prima venduto il presunto “sogno europeo” («Con l'euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più») e poi ci hanno detto che i nostri sacrifici non erano mai abbastanza per poterne godere appieno.

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«L'Italia ha bisogno di riforme per essere competitiva in Europa, ma per farle deve avere prima i conti in ordine. Come si ottengono i conti in ordine? Con la competitività!» è la filastrocca senza senso su cui scrivono migliaia di libri, articoli, relazioni e rapporti che ci calano dall'alto come verità assolute e inoppugnabili. Peccato che nessuno si ricordi di specificare che questa “competitività” corrisponda esclusivamente al rendere aleatorio e sacrificabile qualsiasi aspetto della nostra vita: il lavoro, la famiglia, i figli, la casa, i risparmi, la pensione (semmai ci arriveremo). 

 

La nostra generazione ha quindi l’obbligo morale verso sé stessa di smettere di credere così ingenuamente e ciecamente in questa utopia che altri, prima di noi, ci hanno imposto quando eravamo ragazzini o poco più: se non sono bastati tutti questi anni per trovare un equilibrio tra Bruxelles e Roma, significa che probabilmente non lo si troverà mai. E' invece tempo di farci forza e costruire da soli la società che vogliamo senza dover sottostare a vincoli ereditati dal passato. 

 

L’Italia e gli italiani non sono un paese e un popolo come gli altri, nel bene e nel male. La nostra storia è disseminata di episodi in cui ci siamo sentiti con le spalle al muro, dove l’unica possibilità sembrava quella di rassegnarci ad un destino ingiusto pur di salvare il poco che avevamo anziché rischiare di perdere tutto. E' stato in quei momenti che, ogni volta, si sono fatte largo le generazioni di giovani che non si accontentavano più di subire passivamente ciò che gli altri decidevano per loro: un'esigua minoranza, almeno all’inizio, di individui diversissimi per estrazione, lavoro, educazione, credo politico e provenienza ma spinti dalla volontà di creare una sintesi condivisa su cosa non fosse più possibile accettare e su cosa invece si sarebbe dovuto costruire. Venivano accolti da una serie di «Siete pazzi!», «Chissà chi vi manovra!», «Ma cosa volete saperne voi?», «Aprite un libro di economia!», «Ci manderete in rovina!» non solo da chi, al potere, si sentiva minacciato ma anche dai loro stessi coetanei inconsciamente terrorizzati all’idea di dover ammettere il fallimento di tutte le convinzioni (e convenzioni) con cui erano cresciuti. In quegli attimi, nonostante l’avversione generalizzata, si creava il punto di rottura tra chi intendeva prendere in mano la propria sorte e chi sarebbe stato travolto dalle macerie di una visione del mondo ormai obsoleta. I primi avrebbero comunque commesso degli errori di percorso - come chiunque si ritrovi ad affrontare condizioni e situazioni inedite - ma sarebbero stati i “loro” errori e non lo strascico di decisioni irreversibili prese da altri.

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Oggi il punto di rottura a cui dobbiamo ambire si chiama Italexit, che non è da intendersi come un fenomeno politico di “destra” o di “sinistra” (per quanto siano categorie ormai prive di significato) bensì come un cambio di paradigma trasversale e necessario. Soprattutto, non si deve  commettere l'errore di pensare che l’Italexit rappresenti la cura di tutti i mali del Paese: è il primo passo che noi decidiamo di intraprendere verso una direzione alternativa, dopodiché sarà nostro compito stabilire quali regole intendiamo darci su economia, scuola, salute, lavoro, ambiente, geopolitica, energia e tutte le altre voci che compongono la vita di una nazione. 

 

L’emergenza sanitaria globale ha dimostrato che la situazione attuale è insostenibile e che nei prossimi anni si innescheranno una serie di meccanismi potenzialmente fatali: se davvero esiste una qualche forma di solidarietà tra i paesi aderenti all’Unione Europa, questa non può avere le forme del debito, delle condizionalità, dei veti, delle ingerenze e delle procedure di infrazione. A cosa serve preservare la posizione dell’Italia in Europa se poi un domani gli italiani non avranno più niente?

 

E’ arrivato il momento di superare questa sfiducia immotivata nei confronti delle nostre capacità e del nostro avvenire. L’Italexit è una scommessa che facciamo su noi stessi per riprenderci, con gli interessi, tutto quello che fino ad oggi ci è stato precluso: rinunciare a questa battaglia senza aver nemmeno provato a combatterla significa dare ragione a chi ci reputa dei “bamboccioni”. La verità è che nessuno ha la sfera di cristallo. L’Italia diventerà sicuramente “Italietta” se, una volta fuori dall’Unione Europea, non modificherà radicalmente i criteri su cui si è retta negli ultimi anni; in caso contrario non esistono formule o modelli per prevedere che cosa potrebbe accadere in presenza di variabili completamente nuove: l'unica certezza è che sarà esclusivamente la conseguenza di ciò che noi avremo deciso di fare o meno. 


Impariamo quindi a rigettare i soliti dogmi che pensavamo inviolabili, creiamo una nostra reale consapevolezza generazionale e prendiamoci la responsabilità del nostro presente e, di conseguenza, del nostro futuro. Peggio di così non può andare e chi sostiene il contrario è in cattiva fede oppure ha avuto la fortuna di trovarsi in una condizione privilegiata - probabilmente neanche per meriti suoi. Non dobbiamo vergognarci se molti di noi a 30-35 anni non si sono mai interessati a queste tematiche, anzi per alcuni potrebbe rappresentare uno stimolo ad impegnarsi di più. L’unico rimpianto che potremmo davvero avere in futuro è l’essere rimasti in disparte quando finalmente abbiamo avuto la possibilità di cambiare il corso della nostra storia.

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