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- SMARTWORKING: FUTURO DEL LAVORO O ANTICAMERA DEL PRECARIATO? -

24-01-2021 19:20

Roberto Mossetto

Notizie, Approfondimenti, Giovani,

- SMARTWORKING: FUTURO DEL LAVORO O ANTICAMERA DEL PRECARIATO? -

L’Italia è un paese strano, lo sappiamo: resta ancorata alle sue abitudini per decenni poi all’improvviso decide di recuperare il “gap” con il resto d

L’Italia è un paese strano, lo sappiamo: resta ancorata alle sue abitudini per decenni poi all’improvviso decide di recuperare il “gap” con il resto del mondo nel giro di un mese, senza badare troppo alle conseguenze di un cambio così repentino.


In questi mesi di arresti domiciliari - convenzionalmente chiamati “lockdown” - i lavoratori italiani hanno scoperto un’altra parola tanto esotica quanto ambigua: lo smartworking, ovvero il “lavorare in maniera intelligente”. E’ intelligente già a partire dalla scelta del nome (usato per la prima volta nel Jobs Act): mentre nei paesi anglosassoni è chiamato “flexible working” ( = lavoro flessibile), l’ex premier Renzi ha preferito un termine meno sfacciato nell’indicare le sue finalità.

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Lo smartworking nasce con premesse nobili, almeno all'apparenza: sfruttare gli strumenti tecnologici per liberare il lavoratore dal vincolo fisico dell’ufficio e dal vincolo temporale dell’orario 9-18 e collocarlo in una dimensione basata esclusivamente su obiettivi. Letta così, significa che se un lavoratore completa il suo obiettivo in anticipo rispetto alla scadenza può semplicemente spegnere il portatile e dedicarsi alla sua vita privata - in più è già a casa e non deve imbottigliarsi nel traffico, quindi c’è anche un notevole vantaggio per l’ambiente!

 

La realtà dei fatti però è ben diversa, sia da un punto di vista economico che sociale. Molti settori avevano iniziato ad adottare forme di smartworking già da prima del lockdown: al lavoratore erano riconosciuti dei giorni di lavoro da casa che poteva decidere di utilizzare - oppure no - in totale autonomia. Oggi, con la psicosi del distanziamento sociale, questa libertà di scelta rischia di essere eliminata: si lavorerà da casa e basta, non ci saranno alternative.

 

Il Comune di Torino ha fatto da apripista: 1600 amministrativi verranno spostati in maniera permanente in modalità di telelavoro. Per Appendino è l’ennesima occasione per sostenere la ridicola retorica di “Torino polo dell’innovazione” (sì, proprio quella incomprensibile innovazione fatta di droni colorati e robot all’anagrafe per i quali non hanno trovato le prese elettriche…) ma per la città rischia di creare un precedente pericoloso.


Il problema più immediato dello smartworking è evidente: portare ad un livello successivo l'alienazione dei lavoratori. E' la scena di Charlie Chaplin in catena di montaggio di "Tempi moderni" applicata ai colletti bianchi: la casa diventa il nuovo ufficio, gli orari diventano negoziabili e l’individuo non è più in grado di distinguere i confini della sua attività lavorativa da quelli della sua vita privata. Da questo punto di vista non esiste nessun reale progresso finché continueremo a ragionare esclusivamente in ottica di produttività, efficienza e competitività dell’homo oeconomicus. Sì, certo: questa volta con la differenza che avremo la grandiosa opportunità di poter caricare la lavastoviglie in pausa pranzo anziché la sera.

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A queste condizioni lo smartworking non farà altro che trasformare progressivamente il lavoro dipendente in lavoro precario: partite IVA, contratti a progetto, lavori a chiamata, compensi a cottimo. Le mansioni dei singoli saranno standardizzate all’estremo, sia per facilitare il controllo da parte dei supervisori sia per rendere ogni lavoratore facilmente sostituibile da chiunque abbia un computer. Non esisteranno più "colleghi" ma esclusivamente icone sulle piattaforme di videochat, mentre le giovani coppie cercheranno appartamenti con una stanza in più non per metterci la cameretta dei figli ma l’ufficio casalingo.

 

Se per alcuni sarà un incentivo, per la maggior parte delle persone significherà la trasformazione nel proletariato del III millennio (quello dei precari senza diritti né futuro; figuriamoci la prole). Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi e ispiratore del “Jobs Act degli autonomi” (2017) del Governo Gentiloni, sogna già in grande in un’intervista con il Corriere della Sera:

 

«La questione è reale, a maggior ragione in questa fase di crisi, con il Pil che quest’anno potrebbe calare del 10% e le aziende che hanno bisogno di strutture di costo leggere, in grado di privilegiare i costi variabili rispetto a quelli fissi [...] Perciò, invece di assumere un dipendente, a parità di lavoro qualcuno potrebbe cominciare a optare per l’ingaggio con partita IVA»

 

Come Italexit con Paragone vogliamo richiamare l'attenzione degli italiani su questo aspetto: è facile apprezzare queste nuove "comodità" nel breve periodo, ma è fatale non riconoscere i pericoli che potrebbero portare da qui a qualche anno quando non saranno più una "possibilità" bensì un "obbligo". I primi segnali di questo paradigma sono già visibili adesso: non esiste infatti nessuna legge che impone alle aziende di riconoscere i buoni pasto ai lavoratori in smartworking in sostituzione della mensa oppure di farsi carico delle spese degli strumenti di lavoro (computer, internet, energia, ...). Alcune aziende hanno addirittura sfruttato il periodo di incertezza per mettere i propri dipendenti in cassa integrazione pur continuando a farli lavorare in smartworking.

 

Ve la immaginate davvero così un'Italia più "agile"? Milioni di lavoratori che magari si sentiranno più “liberi”, ma che al supermercato dovranno contare anche i centesimi («Sai, ho dovuto cambiare il computer e mettermi la fibra ottica per fare smartworking!») e che resteranno delusi nel vedere i loro locali preferiti chiusi per sempre poiché privati delle entrate delle pause pranzo («Beh, poco male: tanto non saprei con chi andarci visto che i miei colleghi sono tutti in Slovacchia»).


Vogliamo riformare il mondo del lavoro? Smettiamo di considerarlo come una fastidiosa voce di costo nei bilanci aziendali e riscopriamo la sua vera funzione sociale come fondamento del benessere di una nazione.

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