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Gli effetti del COVID-19

10-01-2021 10:10

Italexit con Paragone - Piemonte

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Gli effetti del COVID-19

Gli effetti del COVD-19 sull’economia italiana e sul futuro dei giovani

Gli effetti del COVD-19 sull’economia italiana e sul futuro dei giovani

A cura del Gruppo Giovani di Italexit con Paragone - Piemonte

Paura e pessimismo. Queste sono le parole in cui si può racchiudere quanto accaduto in questo 2020. Paura per la propria salute sicuramente, ma anche per il proprio futuro, specialmente per i giovani. E da qui il pessimismo, il timore che le conseguenze economico-sociali possano essere pesanti se non, in un certo senso, irreversibili nel prossimo futuro. Aziende solide che non investono più e si avviano verso una riduzione significativa degli occupati, piccole imprese (bar, ristoranti, pasticcerie, ecc…) che rischiano di fallire. Sicuramente un aiuto non è arrivato dalla stampa italiana con il suo martellamento costante sul numero di morti e sui bollettini quotidiani che non hanno fatto altro che intimorire un popolo, quello italiano, già messo a dura prova dagli ultimi anni di mal governo, nonché dalle politiche restrittive imposte da parte dell’Unione Europea. Quello che è evidente, a prescindere dalla posizione che ognuno di noi ha relativamente a quanto accaduto e sulle scelte messe in campo dal governo, è che ci saranno sostanziali ripercussioni sul piano economico. I famosi fondi del decreto liquidità, oltre ad essere risultati totalmente insufficienti, si sono dimostrati anche non funzionali, poiché non si è trattato di contributi a fondo perduto, bensì di prestiti con una “semplice” garanzia statale. Qual è il principale problema di questo strumento finanziario? Il problema è che le banche, ovvero gli erogatori effettivi di questi finanziamenti (i cosiddetti creditori), per decidere se concedere o meno un prestito si basano sugli unlevered cash flow perspective. Con questo termine si indicano i flussi di cassa antecedenti la richiesta di finanziamento. Questo attribuisce un enorme potere discrezionale al sistema bancario nel valutare il soggetto richiedente (il cosiddetto “debitore”) per l’erogazione del prestito, in base alla sua situazione finanziaria pre-crisi, per cui se un’azienda ha chiuso 3 mesi senza fatturare, senza una modifica della legge fallimentare o della legge bancaria, essa risulterà essere non bancabile dal punto di vista delle regole attualmente vigenti. Oltre a ciò, si deve tenere conto anche del fatto che una piccola media impresa, in genere, ha un capitale proprio pari alla metà del capitale che chiede in prestito. Si tratta quindi imprese già di per sé molto indebitate. Appaiono quindi scontate le difficoltà che tali imprese possano aver riscontrato nell’accedere a questa forma di finanziamenti. Il secondo aspetto riguarda quello che è successo e che sta accadendo oggi, a quasi un anno da quando abbiamo sentito parlare di Covid per la prima volta. I cittadini hanno sentito parlare di “potenza di fuoco”, di liquidità, di aiuti, di ristori… ma si sono rivelati effettivamente efficaci nel contenere i danni provocati dalla pandemia? Quali saranno quindi i reali effetti del Coronavirus sull’economia e quali sono le prospettive per il futuro? Il primo grafico in calce riguarda la quota di fatture non pagate in base alla dimensione aziendale.

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grafico 1: quota mensile fatture non pagate per dimensione aziendale

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED

Prima di commentare il grafico occorre evidenziare la sottile differenza tra fatturato e incasso, due concetti che spesso vengono utilizzati in modo intercambiabile come se avessero lo stesso significato. Esiste infatti il cosiddetto problema della “cassa zero”, cioè nessun incasso, che affligge molte aziende nonostante queste abbiano un fatturato alto; tale paradosso costringe queste imprese a richiedere finanziamenti e prestiti. Con fatturato si intende ciò che l’azienda ha appunto fatturato in un certo periodo, ad esempio dal primo gennaio al 31 dicembre. Subentra però un’altra variabile, ovvero la puntualità dei pagamenti da parte dei clienti. Non tutti i clienti infatti pagano subito: alcuni non pagano proprio perché insolventi, altri pagano ma in ritardo, e questo crea degli squilibri che possono portare l’azienda al problema menzionato in precedenza, e ovviamente al caso opposto, cioè quello di avere un incasso maggiore del fatturato. Come si può osservare dal grafico, il fenomeno interessa tutte le imprese, a prescindere dalle dimensioni, anche se, come prevedibile, le piccole sono quelle che hanno registrato una problematica notevolmente più accentuata. Nel solo mese di maggio, che è stato il peggiore, le fatture non pagate per le piccole imprese hanno toccato il 47%. Essendo che queste imprese rappresentano più del 90% del tessuto economico del paese, si può intuire la gravità della situazione: in parole povere, significa che metà del fatturato del sistema economico non è stato prodotto, facendo sì che “sparisse” circa la metà della liquidità che, normalmente, dovrebbe essere in circolazione. In alcuni settori, infatti, si stimano perdite di fatturato del 70/80%. Il secondo grafico, invece, è relativo ai settori economici che, in termini percentuali, hanno avuto la maggior perdita di fatturato nel corso del 2020.

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grafico 2: mancato incasso nei settori con maggior perdita di fatturato

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED

A conferma di quanto detto in precedenza, ci sono settori più colpiti di altri, in cui i mancati incassi nel solo mese di maggio vanno dal 60% a oltre l’80%. E qui ci si può ricollegare agli strumenti finanziari elencati in precedenza, in quanto con i contributi a fondo perduto e con un bonus fiscale, si sarebbero potuti aiutare concretamente tutti questi settori. I contributi stanziati, invece, come detto, sono stati semplici finanziamenti con garanzia, con un’uscita di cassa da parte dello stato nulla, che si è tradotto in un semplice invito all’impresa ad indebitarsi presso una banca, dove lo stato mette la garanzia qualora questa decida di concedere il prestito.

Il terzo grafico esprime la percentuale di mancati incassi che hanno avuto le aziende in base al calo del fatturato.

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grafico 3: mancato incasso nelle PMI in base alla perdita di fatturato

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED

Le imprese sono state raggruppate in 3 livelli di perdita di fatturato, più un quarto livello per le aziende che hanno invece registrato un tasso di stabilità o di crescita del fatturato stesso. Per capire meglio il significato di questo grafico si considerino le aziende che hanno avuto una perdita intensa di fatturato sopra il 25%. Supponendo che un’azienda abbia avuto una perdita di fatturato totale del 70%, del 30% rimanente, in media il 71,30% non le viene pagato per problemi di liquidità dei clienti. Le prime conclusioni che si possono trarre è che il livello di liquidità delle aziende italiane si è drammaticamente ridotto. E questo problema è stato accentuato dalla mancanza di una moneta nazionale e di una Banca Centrale autonoma. In periodi di crisi, infatti, un sistema economico con una la Banca Centrale prestatrice di ultima istanza che permette politiche monetarie espansive in sostegno a quelle fiscali emanate dal governo, avrebbe permesso un’immissione immediata di liquidità all’economia reale, tamponando in maniera efficace ed efficiente tutti i problemi sopra elencati. Qualora i dati venissero confermati nel secondo semestre, le conseguenze per il 2021 sarebbero tragiche. Quali sono, invece, gli effetti dal punto di vista dell’occupazione? Come si può vedere nel grafico 4 vengono ipotizzati due scenari per il 2021 in base alla perdita di PIL, e per entrambi vi è una stima dei relativi posti di lavoro che verranno persi.

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grafico 4: previsione perdita posti di lavoro nel 2021

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED basati sul rapporto PMI del 2020

Si può quindi osservare come:

  • nello scenario base sia indicata una perdita di PIL del 10% circa, con una perdita di quasi 1 milione e 400 mila posti di lavoro;
  • nello scenario peggiore, invece, si stima una perdita in termini di PIL di quasi il 13%, con quasi 2 milioni di posti di lavoro persi.

Nel grafico 5 vengono invece mostrati i settori maggiormente a rischio per quel che concerne la perdita di posti di lavoro. Una perdita del 20% dei posti di lavoro in un settore significa che una persona su 5 si ritroverà disoccupata.

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grafico 5: previsione perdita posti di lavoro in% nel 2021 per i settori maggiormente a rischio

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED basati sul rapporto PMI del 2020

Il grafico 6 mostra il tasso di occupazione previsto per il 2021 per i soli lavoratori dipendenti, nello scenario peggiore, ovvero con una perdita di PIL stimata di quasi il 13%.

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grafico 6: tasso di disoccupazione 2021

fonte: elaborazione Win The Bank Research su dati CERVED basati sul rapporto PMI del 2020

Le previsioni per il 2021 sono che meno della metà della popolazione sarà occupata all’interni delle categorie dei lavoratori dipendenti, con il fenomeno che si accentuerà drammaticamente nelle regioni del mezzogiorno, senza contare l’emorragia derivante dalle chiusure delle piccole attività commerciali e delle partite IVA a causa dei continui lockdown

Si tratta, in buona sostanza, di disastri paragonabili alle conseguenze di una guerra, con l’unica differenza che questi danni sono stati provocati da una psicosi generalizzata della società.

 

E in questo contesto drammatico, dove si collocano i giovani?

Come facilmente intuibile, le maggiori perdite di posti di lavoro in Italia, e nell’Ue, si registreranno per i lavoratori temporanei e per i giovani occupati di età compresa tra i 16 e i 24 anni. La perdita di reddito stimata per questa fascia di età è due volte maggiore rispetto a quella che interessa i lavoratori adulti. Parallelamente, anche le donne saranno le più colpite, principalmente a causa di una maggiore prevalenza di genere in alcuni settori che hanno risentito maggiormente delle varie restrizioni. 

Quanto appena descritto è qualcosa di cui non si può non tenere conto, poiché dal 2014 a inizio 2020, sebbene nessuna fascia d’età avesse registrato incrementi occupazionali paragonabili a quelli dei lavoratori over 50, anche per i lavoratori più giovani si era osservato un lento ma progressivo miglioramento. La situazione generale è tuttavia drasticamente cambiata durante la prima e la seconda ondata di Covid. Infatti, se per gli over 50 le condizioni restano sostanzialmente invariate, tutte le altre fasce d’età subiscono in soli quattro mesi una forte riduzione del tasso di occupazione, che elimina gran parte della crescita accumulata nei sei anni precedenti.

 

Il grafico 7 confronta la variazione occupazionale per fascia di età, dal 2014 al 2020 prima della prima ondata, tra l’inizio della prima ondata e l’estate 2020, e dal 2014 all’estate 2020.

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grafico 7: variazione tasso occupazionale per fasce d’età 2014-2020

fonte: elaborazione Tortuga Economopoly – il Sole 24ore

Confrontando i numeri di inizio 2014 con quelli dell’estate 2020 si nota come complessivamente il tasso di occupazione sia aumentato di un solo punto percentuale per coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 24 anni, sia rimasto invariato tra i 25 e i 34, e sia aumento per la fascia 35-50, aumento che va ad accentuarsi per gli over 50. Un’ulteriore analisi, sempre del Sole 24ore, mostra come a risentire di più del calo occupazionale siano i giovani senza una laurea. Tra il 2019 e il 2020 infatti, a causa della crisi, nonostante il numero di occupati sia calato per ogni categoria, la riduzione è stata circa due volte e mezzo maggiore per i lavoratori under 34 non laureati.

Al netto di ciò, occorre tenere conto che, in generale, la transizione verso un impiego “decente” rappresenta di solito una sfida impegnativa per i giovani, anche nelle migliori congiunture economiche, come dimostrano i dati del 2019 – prima della crisi sanitaria, con uno su cinque tra i giovani con meno di 25 anni (circa 267 milioni di giovani in tutto il mondo) classificati come NEET, cioè né impiegati né impegnati in studio o attività formative.

Sono sostanzialmente cinque le ragioni per le quali giovani donne e uomini saranno particolarmente colpiti dalle ricadute economiche della pandemia[1]:

 

  1. I giovani lavoratori sono più toccati dalle recessioni rispetto ai loro colleghi più anziani e con maggiore esperienza, essendo i primi a subire riduzioni di orario o licenziamenti. La mancanza di reti ed esperienza può rendere loro più difficile la ricerca di lavori alternativi gratificanti ed esporli a una minore tutela sociale e legale. Giovani imprenditori e cooperative di giovani sono alle prese con problemi simili, perché una situazione economica critica rende più difficoltosa la ricerca di risorse e finanziamenti, in aggiunta alla loro inesperienza relativamente alla gestione di complicate situazioni finanziarie;
  2. Tre giovani su quattro lavorano nell’economia informale (soprattutto in Stati a basso o medio reddito), ad esempio nell’agricoltura o in piccoli ristoranti o caffè. Non avendo risparmi, non possono permettersi alcuna sospensione dell’attività lavorativa.
  3. Molti operano in forme non regolari di lavoro, come part-time, occupazioni momentanee (i cosiddetti lavoratori stagionali) o estemporanee. Impieghi spesso sottopagati, con orari irregolari, ridotti livelli di sicurezza, quasi inesistente tutela sociale (ferie, pensione, malattia) che non danno diritto a cassa integrazione o altre forme di sostegno. In molti Paesi inoltre essi scontano l’inefficienza delle istituzioni locali di occupazione, quali i centri per l’impiego.
  4. I giovani lavorano abitualmente in settori economici particolarmente vulnerabili alla pandemia. Nel 2018, circa un giovane su tre all’interno dell’Unione Europea operava nei settori dell’ingrosso, dettaglio, ospitalità e alimentazione (in qualità di commessi, chef, camerieri, ecc.), che si prevede siano tra quelli maggiormente colpiti da COVID-19. Le giovani donne saranno in particolare colpite in quanto costituiscono più della metà degli impiegati sotto i 25 anni in tali settori;
  5. Più di ogni altro gruppo di età, i giovani sono messi a rischio dall’automazione. Un recente studio di ILO dimostra che il tipo di occupazioni saranno più probabilmente soppiantate dall’automazione, in tutto o in parte.

 

È per tutti questi motivi che, quando verrà il momento di delineare pacchetti di stimolo e supporto economico, i leader mondiali dovranno includere misure speciali e ad hoc per aiutare i giovani e garantirne l’inserimento in schemi di sostegno, sia che si tratti di impiegati sia di imprenditori.

I costi di lungo termine che derivano da questa situazione per le nostre società saranno purtroppo ingenti. Entrare nel mercato del lavoro in una fase di recessione può implicare significative e persistenti perdite finanziarie per i giovani, che possono protrarsi durante l’intera carriera. Ignorare i problemi particolari dei giovani può metterne a rischio talento e formazione, con il risultato che l’eredità di COVID-19 potrebbe durare decenni.

Gli effetti sociali della Pandemia sui giovani


Aristotele, nel IV secolo a.C., nella sua opera “Politica” identifica l’uomo come “animale sociale”, quindi con innata predisposizione alla socialità. Infatti, per natura, siamo portati a stare in contatto con i nostri simili ad interagire con loro per sentirci appartenenti ad un gruppo e rafforzare la nostra identità. Il comportamento e la personalità sono strettamente costruiti sul rapporto con gli altri. Quello che si sta verificando è quindi una vera e propria rivoluzione della quotidianità di ciascuno di noi, dei nostri rapporti sociali, dello studio (ovvero della scuola e delle università), degli ambienti di lavoro, che sono stati completamente stravolti. L’emergenza sanitaria in corso a causa della diffusione del contagio da Sars-Cov-2 ha toccato quindi numerosi aspetti della nostra quotidianità.

 

Prima di soffermarsi sugli effetti veri e propri che la pandemia ha avuto (e avrà), occorre fare un breve excursus sulla situazione psicologica dei giovani italiani negli ultimi anni.

L’emergenza psichiatrica in preadolescenza e in adolescenza risulta essere letteralmente “in esplosione”. Le linee Guida della Società di Neuropsichiatria infantile per emergenza e urgenza psichiatrica riportano infatti che gli accessi in Pronto soccorso tra 10 e 17 anni sono aumentati di circa il 30% negli ultimi anni. Si ha una crescita media dei ricoveri ordinari tra 12 e 17 anni dell’8% dal 2004 ad oggi. Le giornate di degenza sono aumentate in media di 47 giorni. Ciò testimonia un aggravamento del disagio adolescenziale[2]. La recente pandemia da Covid-19 ha presentato quindi uno scenario inedito per certi aspetti, specialmente a causa delle misure di confinamento dentro casa e del distanziamento sociale. Studi recenti, che si riferiscono a ricerche in continua espansione, hanno cercato di esplorare gli effetti dell’isolamento forzato, della quarantena e del distanziamento sociale. Una review recente (J Am Acad Child Adolesc Psychiatry 2020;59(11):1218–1239) afferma che i bambini e gli adolescenti hanno probabilmente maggiori probabilità di sperimentare alti tassi di depressione e, verosimilmente ansia durante e dopo la fine dell'isolamento forzato. Emerge inoltre un aumento della violenza domestica e un maggior rischio di suicidi/tentativi di suicidio.

Ma analizziamo con ordine e maggiormente in dettaglio i vari effetti sulla psiche causati dalla pandemia di COVID-19.

 

Effetti per fasce d’età

 

Gli effetti sono differenti secondo le fasce di età e la condizione sociale tanto che le disparità

preesistenti si sono largamente accentuate.

 

a)       Per quanto riguarda i bambini, la crisi sicuramente impatta sull’istruzione e sul benessere psico-fisico. Un improvviso cambiamento può essere elemento di confusione e avere ripercussioni nell’equilibrio emotivo dei più piccoli. L’ improvvisa chiusura della scuola, la mancanza di contatto con il gruppo e l’assenza di attività all’aperto rappresentano un enorme cambiamento nella quotidianità dei bambini. Essi, infatti, possono aver provato paura, ansia ed irritabilità trasmessa anche da genitori che si sono trovati in condizioni difficili.

b)       Per quanto riguarda gli adolescenti, la socialità è divenuta esclusivamente virtuale (social, cellulari, pc) come anche l’apprendimento (attraverso la DAD). Rimanere a casa isolati dai coetanei ha influenzato negativamente il benessere psicologico dei ragazzi fino a sfociare in gesti di autolesionismo o addirittura al suicidio. L’adolescenza è quella fascia d’età cosiddetta “di transizione”, in cui accresce il desiderio di autonomia e di evasione. Rimanere a casa in modo forzato con i propri familiari ha posto in essere due aspetti: uno positivo, in quanto i ragazzi che non hanno contrasti con i familiari hanno potuto approfittare di questo periodo per rafforzare i rapporti e vivere appieno, ed uno negativo in quanto, dove sono invece presenti dei contrasti generazionali, essi si sono accentuati. Inoltre, gran parte dei disagi che affligge oggi i giovani, sentendo anche il loro parere, è dovuta (come detto) dalla didattica a distanza obbligata a causa della situazione contingente. Molti studenti hanno infatti dichiarato che da quando hanno intrapreso la DAD, il loro profitto scolastico è peggiorato sensibilmente. A ciò si aggiunge che la loro soglia di attenzione e di apprendimento durante le spiegazioni dei professori sia diventata molto labile e discontinua, senza contare le gravi problematiche dovute ai numerosi problemi tecnici emersi, come la mancanza di una buona connessione internet o anche il non avere uno strumento idoneo per poter seguire adeguatamente le lezioni. Ma, oltre al danno per la loro istruzione, ciò che lamentano di più i ragazzi, indistintamente che siano delle scuole elementari, medie e superiori o anche universitari, è la totale privazione della loro socialità all’interno delle scuole e che sta provocando diversi disagi psicosociali

b)      Per quanto riguarda i giovani adulti, infine, la domanda più ricorrente è “che futuro si prospetta per noi?”. L’incertezza generale che ci circonda sta togliendo ai giovani la voglia di progettare e l’ottimismo proprio di quest’età, entrando così nel vortice del pessimismo. Una volta conclusi gli studi, superiori o universitari, nella maggior parte dei casi, ci si trova ad accettare un impiego non inerente al proprio percorso e ad accontentarsi di uno stipendio non adeguato. Le politiche adottate dai vari Governi da alcuni decenni a questa parte hanno compromesso il futuro dei giovani che si affacciano al mondo produttivo e del lavoro, creando una sorta di incertezza nel progetto di vita. Mentre fino alla generazione scorsa i figli vantavano un miglioramento rispetto alla condizione dei propri genitori, oggi possiamo notare un peggioramento della posizione che spinge i giovani a rimanere in casa fino a tarda età e a sentirsi molto spesso un peso per la propria famiglia e per la società. Questo status sociale provoca un senso di malessere, frustrazione ed inadeguatezza.

 

Effetti Generali[3]

 

a)      Gli effetti della quarantena

Per cominciare, sappiamo bene come una delle misure che i governi hanno attuato per prevenire la diffusione del Coronavirus e per superare la malattia (quando i sintomi sono lievi), è quella della quarantena. Questa ha giocoforza implicato il totale isolamento per una durata di almeno 15 giorni. Le ricercatrici che hanno portato a termine lo studio sono giunte alla conclusione che superati i dieci giorni di isolamento totale la mente inizia a cedere. Dall’undicesimo giorno compaiono stress, nervosismo, ansia maggiore. Avendo avuto in molti casi reclusioni molto più prolungate, è facile immaginare come gli effetti abbiano potuto essere ancor più difficili da gestire per la maggior parte della popolazione.    

b)      La paura ossessiva di contaminazione

Un’altra delle conseguenze psicologiche più evidenti del COVID-19 è stata, ed è tuttora, per molte persone la paura di essere infettati o di poter infettare gli altri senza saperlo. È importante sottolineare che, quando una situazione di epidemia o pandemia si espande, la mente umana tende a sviluppare delle paure irrazionali. Ad esempio, lavarsi ossessivamente le mani, mantenere il metro di distanza, rimanere a casa se si ha qualche linea di febbre o sintomi specifici. Pian piano è possibile che si siano sviluppate paure sempre più infondate, come il timore irrazionale che l’infezione possa provenire dagli alimenti che mangiamo, oppure che possa essere trasmessa dai nostri animali domestici. Ciò può aver scatenato veri e propri sintomi ossessivo-compulsivi.

c)      I sintomi depressivi

In un contesto in cui l’interazione sociale è stata ridotta al limite per settimane o per mesi, dove regnava il silenzio nelle strade normalmente rumorose e affollate e siamo stati costretti a stare chiusi in casa, è ovvio come noia e frustrazione siano stati ben presenti nelle nostre giornate. L’incapacità di mantenere il nostro stile di vita e la nostra libertà di movimento (sia fisica che mentale) ha fatto precipitare molte persone verso un baratro di emozioni complesse e problematiche. In certi casi questo può aver scatenato o slatentizzato dei veri e propri sintomi di tipo depressivo.

d)       Altri sintomi psicopatologici

Ancora, nel contesto di pandemia in cui ci siamo trovati catapultati (la maggior parte di noi per la prima volta nel corso della propria vita) la mente tende ad agire seguendo pochi impulsi naturali. Una delle conseguenze di ciò, per alcuni è stato l’acquisto o shopping compulsivo. In uno scenario incerto come quello delle prime settimane di emergenza, il nostro cervello si era concentrato sulla priorità di non rimanere senza i beni fondamentali per la sopravvivenza. Anche in questo caso, non importava che i nostri supermercati fossero sempre ben riforniti e che le autorità si raccomandassero di non fare razzie nei negozi o che le farmacie risultassero sempre ben rifornite. La mente di molti di noi ci ha portato a credere che determinati beni potessero finire e ci ha quindi spinto a fare scorte esagerate e immotivate. Tra le conseguenze psicologiche più importanti di questo periodo c’è anche la perdita di fiducia nei confronti delle fonti ufficiali di informazione. Per molte persone, nel momento massimo di crisi, la mente si è disconnessa e ha perso fiducia. Anche aiutata dal fatto che, essendo il COVID-19 un virus del tutto sconosciuto, come lo era la SARS ai suoi tempi, le autorità hanno risposto sulla base dei progressi e degli eventi registrati giorno per giorno.

La sfida posta dalla pandemia da Covid-19 ha quindi portato a dover riprogettare il tradizionale approccio medico per i disturbi psicologici. Per le persone più labili è stato introdotto un percorso attraverso la telemedicina, mediante progetti artistici e gruppi sperimentali di supporto ai docenti nelle scuole. Per l’Organizzazione mondiale della Sanità il suicidio rappresenta la seconda causa di morte degli adolescenti dopo gli incidenti stradali, e il dato è destinato a peggiorare nei prossimi anni se non si interverrà efficacemente per contrastare i disturbi psichiatrici derivanti dalla Pandemia. Eppure continua a rimanere un argomento “tabù” e non esistono strumenti di prevenzione.

 

Molti, inoltre, hanno dichiarato di essere caduti in una forma depressiva e di soffrire grandi momenti di solitudine che alimenta in loro svariati pensieri “oscuri”. Non di meno il disagio e la preoccupazione è dilagata tra i giovani che già hanno completato i propri studi o che avrebbero avuto l’interesse di immettersi nel mondo del lavoro. La crisi oltre che quella sanitaria ha investito in toto la nostra economia, che già versava in una condizione disastrata, con questa crisi è praticamente giunta al collasso.

 

Per concludere, c’è un fattore evidentemente che accomuna tutti noi in questo periodo di post pandemia. È un fattore pericoloso, che può impattare negativamente sulla salute mentale di noi tutti e in particolar modo su quella di chi già precedentemente soffriva di qualche disagio o disturbo psicologico. Ovvero il cosiddetto pensiero catastrofico. Si tratta della tendenza ad anticipare sempre il peggio, quella vocina che ci sussurra che perderemo il lavoro, che le cose non torneranno come prima, che finiremo in ospedale, che qualche persona a noi cara non ce la farà, che l’economia crollerà, che non ci saranno vie di uscita alla situazione, ecc.

Ovviamente, anziché aiutare, questi pensieri non fanno altro che complicare la realtà che stiamo vivendo. La rendono più faticosa e sicuramente meno piacevole o rassicurante. Pur continuando quindi ad attenerci alle regole imposte dalle autorità in merito alla prevenzione del virus, non dimentichiamo di prenderci cura anche della nostra salute psicologica. Cerchiamo di confrontarci con specialisti che possano aiutarci ad affrontare meglio gli effetti negativi di un periodo difficile per tutti.

NOTE

[1] https://unric.org/it/covid-19-ilo-i-giovani-pagheranno-il-prezzo-delle-conseguenze-economiche/

 

[2] Negli ultimi 10 anni la Neuropsichiatria infantile dell'ospedale Regina Margherita della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Benedetto Vitiello) ha registrato che i ricoveri per Tentativi Suicidio (TS) sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020; nello stesso periodo, nel Day hospital psichiatrico, l’ideazione suicidaria è passata dal 10% all’80% dei pazienti in carico e, nel 2014, è stata aperta all’interno del DH psichiatrico terapeutico una sezione per il post ricovero in cui il 30-40% dei pazienti ha effettuato ricovero in NPI per un tentativo di suicidio. Nell’ambito della emergenza-urgenza psichiatrica (10-17 anni) anche sul territorio dell’ASL Città di Torino il trend è in vertiginoso aumento. Nel periodo 2009 – 2019, infatti, il ritiro sociale è aumentato di ben 28 volte, i disturbi depressivi di 26 volte, i disturbi bipolari di 12 volte, i disturbi della condotta alimentare di 9 volte e quelli della condotta di 1 volta e mezza.

Questi dati trovano una risonanza anche all’interno della letteratura internazionale e nazionale: in USA il suicido in adolescenti (15-19 anni) è aumentato da circa 13 su 100.000 maschi nel 2000, a 18 su 100.000 nel 2017. Nelle femmine, da 2,5 nel 2000 a 5,5 su 100.000 nel 2017.

In Italia su dati fino al 2016, i numeri sono 1,71 nei maschi e 0,65 nelle femmine, sempre su 100.000 adolescenti. L’impatto dei disturbi neuropsichici, secondo un articolo del 2016 (Jama Ped, 2016), per disturbi neuropsichici sale progressivamente dall’11% (1-4 anni), al 24% nella fascia di età 5-9 anni, al 36% nella fascia di età 10 - 14 anni, al 40% in adolescenza.

 

[3] https://www.ipsico.it/news/conseguenze-psicologiche-del-coronavirus/

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